TECNOLOGIE, INNOVAZIONE E PA. Incontro con Luca De Biase

Giovedì 6 ottobre 2011 incontriamo Luca De Biase. Ecco qualche flash su quello che ci siamo detti.

LA SVOLTA. La rete rivoluziona il sistema dei media generando un potenziale di relazione e interazione impensabile per precedenti sistemi e strutture di impostazione gerarchica. Al sistema top-down per cui l’agenda e il palinsesto sono definiti in modo unidirezionale subentra un paradigma diverso, che è partecipativo nella misura in cui abbassa le barriere d’accesso e di apprendimento.

La traiettoria di FaceBook resta emblematica. On-line dal 2004, nel gennaio del 2008 Facebook ha 100.000 utenti in Italia; a giugno 600.000, dopo le vacanze 1.500.000. Oggi ha 20.000.000 di iscritti, 9/10 dei ragazzi e delle ragazze tra i 14 e i 24 anni. Possiamo considerare questa vicenda come un urlo: vogliamo connetterci, vogliamo stare in relazione.

Lo stesso grido si leva, alla fine degli anni ’90 nel mondo del marketing e dell’innovazione in campo aziendale. Questo grido prende forma nel Cluetrain Manifesto e nel suo celebre incipit: i mercati sono conversazioni.

Ecco quindi la svolta della rete: dall’essere spettatori passivi al recupero -almeno potenziale- di un ruolo di primo piano nella generazione e nella manipolazione dei flussi di informazione; dalla narrazione forte proveniente da un posto considerato altro alla costruzione di narrazioni e micro-narrazioni in prima persona, fatte anche di chat e social network.

A differenza di altre tecnologie mediatiche, questa tecnologia ci dice costantemente che ogni problema, ogni difetto, ogni mancanza è l’opportunità di fare qualcosa. Possiamo lamentarci della televisione che fa schifo o della radio che non è più quella di una volta, ma difficilmente ci facciamo qualcosa. Su internet quello che la tecnologia ci dice -culturalmente, nella sua essenza- è che possiamo farci qualcosa. Facilmente. La barriera all’entrata è bassissima, la barriera all’apprendimento è molto bassa. Dunque ha senso parlarne per farne qualcosa.”

LE CONSEGUENZE. Quali le conseguenze di questa rivoluzione? Da un lato c’è l’ottimismo a oltranza, la convinzione che l’ottica partecipativa del web possa essere una fonte di liberazione e e uno strumento di promozione globale della democrazia. Dall’altro c’è il pessimismo più o meno radicale fondato sulla convinzione che l’universo del web comprometta l’intelligenza umana, ci spiga a demandare la memoria alle macchine, precluda forme autentiche di relazione [si veda, ad esempio, “Internet ci rende stupidi?” di Nicholas Carr].

Per fare un esempio possiamo pensare ancora una volta a FaceBook. Una diffusa opinione “pessimista” sostiene che la massiccia diffusione di questo social network stia riducendo le occasioni di incontro e socialità, spingendoci tutti davanti al computer per molte ore al giorno. La risposta a quetso interrogativo non è univoca, nel senso che dipende dal metro di paragone che utilizziamo. Se pensiamo che le ore trascorse utilizzando FaceBook siano quelle che prima passavamo di fronte allo schermo della televisione allora possiamo dire che FaceBook ci permette di riconquistare socialità nella misura in cui sostituisce la dinamiche interattiva (di conversazione) a quella del consumo passivo di informazione e intrattenimento.

Altro esempio può essere quello rappresentato dall’esperienza di TeleTorre19 a Bologna: inventare una tv di condominio mette in relazione i condomini o li confina nei loro appartamenti? La risposta non è affatto scontata, l’impatto del cambiamento è da sondare di caso in caso.

Per valutare l’impatto del cambiamento, quindi, siamo chiamati esercitare un pensiero critico e attento alla complessità. Un altro esempio. Una diffusa obiezione all’universo internet è legata alla sensazione che il web ci stia privando della memoria e ci stia sempre più invitando a delegarla. È vero? In parte si, nel senso che alcuni esperimenti sembrano dimostrare che tende a diminuire la mole di informazioni memorizzate in media dalle persone; in parte non è vero, perchè le persone si confrontano con una quantità maggiore di informazioni rispetto al passato e si sforzano a memorizzarne la localizzazioni (e quindi i processi per ottenere una determinata info) più che il contenuto conoscitivo. Forse bisogna spostare la questione e osservare che le strategie di meorizzazione si trasformano nel corso del tempo (basti pensare all’impatto della scrittura sul modo di pensare degli esseri umani) e qquindi ha senso interrogarsi sulle dinamiche del cambiamento più che su un generale timore di perdita.

Tra ottimismo teconcentrico e pessimiso a oltranza possiamo immaginare un punto di vista differente, che parte dall’accettazione del cambiamento in atto e tenta di coglierne criticamente la complessità, fatta evidentemente di opportunità e rischi.

Il cambiamento c’è. La società l’ha voluto e ne sta facendo ciò che è capace. Dobbiamo solo riconoscere la specificità di internet, poi tutto può essere valutato.”

Chi lavora con i più giovani non può prescindere da questo cambio di prospettiva. Se nella comunicazione cambiano lessico, sintassi e rapporti di potere non possiamo che impegnarci a cogliere le specificità di questo cambiamento. La separazione tra generazioni è determinata anche dal cambiamento tecnologico e la relazione tra adulti e giovani non può che dipendere da quanto riusciamo a capire quello che dicono.

IL RUOLO DEL PUBBLICO. La rete trasforma il ruolo degli attori che perseguono un interesse pubblico nella misura in cui aumenta il potenziale di partecipazione. Il pubblico oggi è chiamato a dotarsi degli strumenti adatti a interpretare il cambiamento portato dalle tecnologie per incentivare la cittadinanza attiva in rete a mettersi al servizio della comunità e a farlo con linee guida che regolino comportamenti e azioni.

Numerosi esempi di questo ruolo rinnovato ci vengono dal mondo dei media partecipati. Se con internet chiunque può produrre informazione allora il compito del pubblico (inteso come la pubblica amministrazione ma non solo) è quello di stimolare gli utenti a generare informazione di qualità. Come? Sicuramente rinunciando alle pretese di controllo, contrasto e censura, che per un medium del genere non hanno senso. è necessario muoversi su altre strade, immaginando sistemi di autoregolamenteazione, codici di condotta, meccanismi di feedback tra pari e così via. Ovvero partire dall’accettazione del fatto che l’informazione non è più generata soltanto dal giornalismo dei professionisti e cercando di valorizzare gli aspetti positivi di questa novità. Esempi interessanti sono quelli di Fondazione AHREF e TIMU.it

Un altro esempio ha a che fare con il tema della socializzazione e dell’incontro. Non sempre la rete porta automaticamente a rompere l’isolamento e spostare il punto di vista, spesso anche i social network non fanno altro che rappresentare e rinforzare la balcanizzazione e la frammentazione delle relazioni quotidiane. E allora questo è un altro compito sfidante di chi ha a cuore l’interesse pubblico: connettere isole culturali autoreferenziali aggiungendo incentivi a superare confini e scoprire il nuovo e il diverso.

STEVE JOBS. Che cosa ci insegna l’esperienza di vita di Steve Jobs? Può mostrare che il cambiamento della tecnologia non annienta affatto gli individui. Le persone restano importanti al di là degli strumenti, delle teconologie e delle strutture. Pensando al cambiamento nelle organizzazioni in cui lavoriamo non possiamo che tenere conto di questo insegnamento: l’innovazione non prescinde mai dal portato e dall’umanità degli innovatori. Ecco il discorso di Steve Jobs ai neo-laureati di Stanford.

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