TECNOLOGIE, REMIX e PARTECIPAZIONE. Incontro con Bertram Niessen

Giovedì 3 novembre 2011, incontro con Bertram Niessen, artista, sociologo e docente.

Questa volta il punto di partenza per il nostro diario viene direttamente dagli appunti di Bertram, pubblicati poco fa sul suo blog. Trovate qui il post in cui parla dell’incontro con noi. In coda a quanto scritto da Bertram condividiamo qualche altro appunto.

Curriculum | La testimonianza di Bertram mostra ancora una volta quanto biografie e carriere professionali siano sempre meno lineari e quanto prendano forma attorno a un mix dinamico di apprendimento formale e informale. Le traiettorie individuali si trasformano anche e soprattutto nella misura in cui si è in grado di cogliere spazi di opportunità che presentano oggi forme poco prevedibili e poco inquadrabili. In questo senso il ruolo delle istituzioni e degli adulti di riferimento per i giovani, il ruolo dei mentori, deve essere quello di trasferimento delle capacità trasversali che possono essere utili per cogliere tempi e modi della trasformazione del contesto e dei mercati in cui vivono. Una di queste skill fondamentali è legata al capitale sociale e relazionale che l’individuo è in grado di attivare: orientare significa mettere in connessione, accompagnare significa prendersi cura degli incontri e insegnare a incontrare. Le istituzioni formalmente preposte all’istruzione dei giovani sono adeguate ai contesti e agli orizzonti con i quali i giovani si confrontano?

La cultura del remix | Nella trasformazione della società accade spesso che il piano emotivo-artistico si sviluppi più velocemente di quello razionale; in questi casi possiamo provare a leggere la musica come un anticipatore del cambiamento che verrà. Pensando al ‘900 si può dire che la musica elettronica rappresenti per alcuni aspetti uno dei maggiori elementi di cesura del secolo. Perché? Primo, perché si tratta di musica che per la prima volta è prodotta attraverso l’uso di tecnologie elettroniche avanzate e non da strumenti. Secondo, perché si basa interamente sulla logica del taglia-incolla-remixa: uno specifico frammento di produzione culturale è isolato, preso in prestito e ritradotto. Si tratta di una svolta fondamentale nella misura in cui cambia la relazione tra la creazione e ciò che è già stato creato – attraverso un nuovo sistema di relazione – e nella misura in cui questa trasformazione porta alla scomparsa (o alla conversione) dell’autore, che oggi diventa un curatore. Ma a quali condizioni questa svolta è stata possibile? La cultura del collage e del remix si nutre di rivisitazione, quindi di ciò che già è stato prodotto: senza produzione industriale e senza diffusione di massa non avrebbe senso. Per  spunti interessanti sui passaggi interprete > autore > dj > producer si veda Energy Flash di Simon Reynolds, o il discorso sulle Post-Subculture comeimpostato da David Muggleton.

SMEMO | Ma la logica del collage e del remix non ispirava anche l’uso della Smemoranda come bacheca personale negli anni ’90? In parte possiamo dire di si, nel senso che l’operazione era sempre quella di isolamento, ritraduzione e ricomposizione di frammenti di produzione commerciale e culturale per generare nuovi significati più aderenti alla propria esperienza e al proprio sentire. Quali sono le differenze fondamentali? Primo, il tipo di piattaforma. Se MySpace era effettivamente personalizzabile quanto e più della Smemo quello che accade con FaceBook è radicalmente diverso: la piattaforma è neutra, asettica, poco personalizzabile nella misura in cui deve essere accessibile, comprensibile e leggibile da un pubblico vasto ed eterogeneo. La logica della standardizzazione pensata per una maggiore diffusione è per certi versi inconciliabile con la logica della personalizzazione. Ipotesi: il passaggio dalla Smemo a FaceBook potrebbe essere considerato emblematico di uno shift dalla prevalenza del desiderio di produrre alla prevalenza del desiderio di comunicare. Secondo punto è proprio il pubblico. Si può scegliere a chi svelare l’intimità del proprio diario, mentre generalmente l’operazione di selezione del proprio pubblico sui social network avviene in maniera molto diversa (su questioni di intimità e anonimato si veda questo articolo di Nicola Bruno). Terzo, l’aumento vertiginoso delle info accessibili amplia lo spazio d’azione di chi compone il collage, permette di affiancare simboli e informazioni apparentemente distanti, modifica il tempo rendendo tutto potenzialmente presente e contemporaneo.

Il ruolo del DJ | Possiamo farci un’idea della svolta curatoriale nella produzione culturale pensando alla figura del DJ, consolidatasi sulla scena musicale mondiale a partire dagli anni ’70. Che cosa fa il dj? Primo, sceglie brani di altri autori e li propone al pubblico: non compone musica. Secondo, educa il pubblico affinando il giusto mix tra noto (la hit del momento, i pezzi che tutti vogliono sentire…) e nuovo (il brano più ricercato, quello che non passa attraverso i canali mainstream e così via). Terzo, orienta in diretta la sua proposta culturale interagendo con il pubblico e creando con il pubblico un rapporto di fiducia. Questo particolare stile di relazione con il pubblico può dirci qualcosa di più allargato in tema di educazione, formazione, rapporto con la cultura e dinamiche partecipative.

Il WEB 2.0 | Il web 2.0 può essere considerato un sistema filosofico (un modo di approcciarsi alle info), un sistema di tecniche, un sistema di pratiche che permette ai navigatori di cercare in modo più efficiente le informazioni (rispetto al web 1.0) e permette di aggregarle in costrutti di informazione indipendentemente dai grandi attori di internet e della società. Il 2.0 scollega il simbolo dalla sua origine, rinforzando ed estendendo questo passaggio dalle logiche autoriali a quelle curatoriali. Se in Internet l’autore conta solo relativamente e non c’è più un curatore unico delle informazioni a cui accedi allora questo significa che si apre la possibilità di bypassare l’autorità/autorialità delle istituzioni nella produzione e selezione di informazioni. Una svolta in termini di partecipazione?

La velocità del cambiamento | Oggi parlare di Nativi Digitali non ha più senso. Nel rapporto con le tecnologie le generazioni durano qualche mese o pochi anni, ovvero il tempo necessario perché una nuova tecnologia o una nuova piattaforma possano nascere, affermarsi ed essere superate. Alla rapidità vorticosa della trasformazione tecnologica fa da contraltare l’apparente immobilità delle istituzioni, che mostrano di avere tempi di reazione e di adattamento ai nuovi contesti decisamente più lunghi. Ancora una volta risulta dunque centrale il ruolo delle persone che vivono le istituzioni e le organizzazioni, degli innovatori e dei CJ che ne possono accompagnare il mutamento a partire dalla ricerca costante del più adeguato mix tra noto e nuovo.

Il ruolo di chi accompagna | Dato questo scenario, che cosa possiamo fare noi?

  1. Conoscere. Navigare, osservare, provare le tecnologie e le opportunità del web.
  2. Apprendere linguaggi e logiche di comunicazione: guardare al flusso e non alla porzione [i commenti sono spesso più significativi di ciò che si commenta!], interrogare la messa in relazione e non il dato, sperimentare logiche visuali e non testuali, leggere l’immagine e non aspettare la didascalia, concentrarsi sull’estetica e non solo sull’interpretazione, credere che la frammentazione possa essere pluralità e non necessariamente perdere di senso…
  3. Esplorare alla ricerca di buone prassi in termini di uso delle tecnologie nelle organizzazioni simili a quelle in cui lavoriamo. Come cercare buone prassi? Navigando! Basti pensare alla grande miniera di esperienze rappresentata da p2pfoundation.net
  4. Interrogarsi sugli obiettivi della propria presenza online e sulla definizione del proprio ruolo. Porre la questione dell’uso che i giovani fanno delle tecnologie significa anche cercare di capire quali sono le aree scoperte o da rinforzare laddove riteniamo di avere le competenze per poterlo fare. Un esempio. La logica di flusso propria dei social network lascia spesso scoperte questioni di memoria e questioni di riflessività. Potrebbero essere questi interessanti terreni di lavoro per chi accompagna percorsi di crescita.
  5. Procedere per passi. Partire dall’accettazione della complessità delle logiche connesse alle nuove tecnologie, resistere alla tentazione di semplificare, porsi in una posizione di osservazione, ascolto e apprendimento, procedere passo per passo e non pretendere di muoversi con naturalezza in spazi e linguaggi che spesso non ci appartengono (ancora).
  6. Essere onesti. La rete funziona per scambi e per flussi che orientano anche questioni di credibilità e fiducia. Il livello di controllo rispetto alle proprie azioni è notevolmente alto, e questo significa anche che eventuali errori o ambiguità vengono smascherate in tempo record. Basti pensare all’ultima campagna elettorale milanese e al tentativo di alcune parti politiche di guadagnare terreno su FaceBook e Twitter (anche su questo si veda il blog di Bertram).

Moltissimi Link interessanti (quelli di cui abbiamo parlato ma anche altri) sul post che Bertram ha curato per noi.

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