LA FRONTIERA DELL’INNOVAZIONE. Incontro con Alberto D’Ottavi

Giovedì incontro con Alberto d’Ottavi, digital reporter e autore di un importante blog su media e tecnologie, ideatore di una neonata impresa di ecommerce su social network, docente di media design presso Naba, già giornalista scientifico e autore del primo libro sul web 2.0, ma, lui ci ricorda, prima di tutto laureato in filosofia. Perché veniamo dalla cultura umanistica, siamo stati inventori e ideatori di macchine straordinarie, la tecnologia ci appartiene. Perché – dice Alberto e lo nota nelle conversazioni di oggi nei Caffè di quella San Francisco che fu della Beat Generation – la tecnologia non è che “un discorso sulla società”, come lo è stata allora la poesia.

È inutile allora prendersela con la tecnologia imputandole colpe che non ha, youtube rende solo visibile, i social network rendono solo leggibili dinamiche e fenomeni di cui forse non ci rendevamo conto. Certo, essendo opportunità nuove possono spiazzare, e forse ci costringono a pensare al reverse mentoring, a farci accompagnare dai più giovani alle loro potenzialità. Ma allora, sollecita Alberto, a noi tocca una cosa che è mancata negli ultimi 10 anni nella cultura italiana, un atteggiamento positivo, un’apertura non pregiudiziale. Non c’è start up senza questo atteggiamento, se oggi un gruppo di ragazzi con un’idea – meglio unire le forze che far da soli, insegnano i tempi – ha buone chance di trovare finanziamenti è grazie allo sforzo fatto in questi anni per rendere culturalmente prima accettabile poi raccomandabile l’idea stessa di start up. Aprirsi vuol dire però cambiare, rendersi conto che alcune cose sono cambiate. Veniamo da un mondo in cui il successo si misurava in pubblico, in quantità di visitatori, spettatori, utenti. Ma forse oggi l’indicatore chiave è piuttosto l’interazione generata dal nostro servizio o progetto, l’attivazione di una community. Veniamo da un mondo “broadcast”, in cui la comunicazione viaggiava da noi a tutti, come nella vecchia tv, un mondo segnato da un muro fra noi e il pubblico: al di qua del muro c’era tutto – idee, progettazione, sviluppo, regole, ecc. – e al di là solo la possibilità del feedback. Ma oggi quel muro va perforato, molte di quelle funzioni possono oltrepassarlo, più che fare noi delle cose dobbiamo rimuovere ostacoli per attivare la community, farle o lasciarle fare. Veniamo da un mondo di convegni – un relatore e tanti spettatori ma forse oggi c’è un altro modo per fare circolare i saperi, il mondo digitale da anni ha introdotto i barcamp, senza più quella distinzione, tutti possono prendere parola se hanno qualcosa da dire, la comunicazione è orizzontale.

Insomma, fare innovazione e promuovere progetti vuol dire oggi rovesciare alcuni schemi mentali come insegnano i libri recenti di Douglas Rushkoff e Alberto Cottica. Per esempio:

– non partire dall’investimento più grosso, dalla piattaforma complicata per poi scegliere i contenuti, ma dall’idea, per vedere se funziona, e poi costruirci sopra l’infrastruttura.

– Non l’Ente che fa tutto, ma l’Ente che attiva bisogni e interessi dei suoi interlocutori, e supporta o fa regia ai suoi utenti.

– Non una persona sola che progetta e poi promuove o vende, ma prima la rete di contatti con la quale verificare e co-costruire, e poi l’investimento.

– Non il principio onnipotente e angosciante di dover fare tutto o saper fare tutto, ma la scommessa e l’onestà di chiedere aiuto in rete per raccogliere suggerimenti.

E usare i blog per mettere i contenuti, facebook per creare interazione, per diffondere l’idea e perché no, raccogliere fondi.

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